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venerdì 14 luglio 2017

Absence - Chiara Panzuti


Per la prima volta, nonostante sia una lettrice accanita, mi sono cimentata con un genere di lettura a me nuovo: lo Young Adult.
Neppure da ragazzina, infatti, credo di aver letto romanzi che fossero così distintamente indirizzati ad un pubblico giovane, anzi, giovanissimo – tra i dodici e i diciotto anni –, tale precisazione permette di chiarire subito una cosa: Absence – Il gioco dei quattro è un romanzo che si rivolge preferibilmente a quella fascia d’età.
Avendo superato i diciotto anni da un bel pezzo, mi sono accostata anacronisticamente a questa storia ed è forse qui che sta il divertimento: provare a leggere e a raccontare un po’ un filone mai considerato prima d’ora.

La trama del romanzo ha una base semplice ma la Panzuti riesce ad articolarla e a svilupparla esaltando le emozioni dei personaggi che crea: siamo a Londra e quattro ragazzi, Faith, Jared, Christabel e Scott, ognuno  sconosciuto agli altri, ognuno perso in una situazione diversa, improvvisamente scompaiono. Scompaiono agli occhi del mondo e, quel che è peggio, è che scompaiono anche dai ricordi delle loro famiglie. Nel bel mezzo di questo marasma generale, ciascuno di loro dovrà riappropriarsi di un minimo di consistenza per sopravvivere all’ evento inaspettato che ha stravolto le loro vite. Inizia così un viaggio verso i quattro poli del mondo: una lotta contro il tempo con un equipaggiamento tanto essenziale quanto necessario, e una lotta contro altri spietati concorrenti che tenteranno di eliminarli definitivamente dal “gioco”perverso in cui sono stati scaraventati e così anche dalla faccia della Terra. Quattro i punti cardinali per dare stabilità all’esistenza di ognuno, quattro le virtù in possesso di quattro atipici lottatori in un viaggio che li porterà alla scoperta di sé.
A muovere i fili di questa competizione la stessa presenza inquietante che li ha fatti sparire e che semina indizi per guidarli dove li vuole.

Lo stile narrativo della Panzuti è buono, scorrevole, coinvolgente in più di un’occasione, non indugia sui periodi con colature pesanti, ma mira dritto all’obiettivo, all’azione, prediligendo i dialoghi e offrendo un’introspezione psicologica dei personaggi chiara e facile all’empatia del lettore.
Originale l’accostamento concettuale dell’invisibilità fisica all’invisibilità mentale: la vera lotta è forse quella contro la propria mediocrità che predispone all’indifferenza altrui.
Per tornare ad esistere, allora, serviranno occhi ed atteggiamento nuovi e servirà sfoderare le proprie qualità migliori, quelle caratteristiche che ci definiscono e che, se valorizzate ed adeguatamente esercitate, ci fanno spiccare in mezzo ad una moltitudine di visi ed atteggiamenti monocromi.

La risposta alla domanda “cosa resterebbe della nostra esistenza, se il mondo non fosse più in grado di vederci?”, giustamente posta in quarta di copertina, è ancora lontana dall’essere formulata: Il gioco dei quattro è, infatti, il primo capitolo che dà il via alla trilogia di Absence, e come dire? Di strada da fare ce n’è ancora tanta, e per molti sarà entusiasmante.

In definitiva, Absence, è una lettura che distrae, semplice, senza orpelli, che sfiora il tema della delicatezza e della tenacia dell’animo umano messo alla prova; per i lettori più giovani e per i lettori meno giovani, amanti del genere.








Qui di seguito il link per leggerne un estratto: http://bit.ly/Absence_Incipit

mercoledì 5 luglio 2017

In carne e cuore - Rosa Montero

Soledad ha quasi sessant'anni, una carriera avviata e prestigiosa come organizzatrice di mostre ed eventi, una vita agiata e un ex-amante, più giovane di lei di diversi anni, che l'ha "tradita" con la moglie da cui adesso aspetta un figlio. La rottura è giunta in modo imprevedibile e inesorabile e, stando alla regola secondo cui tutti si è vittime o carnefici di qualcuno, tocca alla brillante Soledad reagire ad una sconfitta bruciante. E lei, indistruttibile e traboccante di grinta, ingaggia un gigolò, Adam, per mostrarsi in pubblico e fare ingelosire l'uomo che l'ha epicamente sedotta e abbandonata. Quella sera però, all'uscita da teatro, accade qualcosa che travolgerà sia lei che il suo accompagnatore e da cui avrà origine un rapporto che andrà ben al di là del puro scambio economico/sessuale.

La Montero apre così uno squarcio nella parte più intima dell'animo di una donna in lotta contro il tempo e contro le vestigia di un'infanzia fatta di abbandoni, prevaricazioni e delusioni che ha segnato profondamente la sua anima e per contro l'ha dotata di un equipaggiamento da difesa efficiente ed esclusivo. Non a caso l'autrice, per la sua protagonista, ha scelto il nome di Soledad - Solitudine - perché questa donna di successo, brillante e con una sensibilità fuori dal comune è anche incredibilmente sola: non una famiglia, non dei figli di cui occuparsi, e se è vero che dall'amore ci si può aspettare di tutto è anche vero che è impossibile e innaturale opporglisi e che l'isolamento emotivo, prima o poi, viene percepito come un disagio sottocutaneo, una ridicola rigidità da abbattere per potersi dire felici.

In carne e cuore è un romanzo che brucia di passione, la stessa che alimenta lo spirito degli uomini e che , in alcuni casi, li fa eccellere e che la Montero indaga a più livelli: a far da sfondo alla storia della protagonista è, infatti, una mostra da lei stessa organizzata sugli scrittori maledetti, quelli che danneggiarono o uccisero loro stessi, magari inconsapevolmente, magari per caratteristiche necessarie alla loro indole artistica, e che tuttavia si spinsero oltre i limiti riconosciuti dalla società, aprendo nuove piste da esplorare.

La stessa sfacciata bellezza fisica di Adam, il gigolò, perde in attrattiva se comparata al magnetismo che la non più giovane e complicata Soledad continua ad emanare e il tema della coppia in cui è lei ad essere la più anziana tra i due viene trattato con intelligenza e ironia, svelando l'inconsistenza di uno e la grande carica seduttiva dell'altra.

Soledad è perciò artista della vita perché riesce ad ottenere risultati geniali e rari partendo da situazioni sfavorevoli, al limite del grottesco, da cui si libera come il più grande degli illusionisti fa con le sue catene e, nonostante non si riconosca questa qualità, il suo istinto prevale sulle sue elucubrazioni e la cava spettacolarmente d'impaccio, tra una paranoia e un mugugno.
La Montero crea un personaggio irresistibile che illumina a giorno ogni pagina di questo romanzo e racconta con capacità, generosità e slancio le storie tumultuose di chi ha vissuto della propria arte, afferrando e interpretando tutto quello che il destino sempre sparpaglia nella vita di ognuno per lastricarci poi strade nuove, da percorrere con consapevolezza di sé e orgoglio.
Ne esce un libro che si distingue per genialità, lucidità e maestria narrativa e che appaga, senza appesantimenti, la brama di originalità e bellezza del lettore.


"Forse la scrittura potrebbe essere un lenitivo per il buio, pensò. Se non altro, avrebbe potuto acchiappare i pensieri, le emozioni e fissarli sulla carta, come chi lancia una bottiglia nel mare del tempo"





giovedì 29 giugno 2017

I viaggi di Daniel Ascher - Déborah Lévy- Bertherat

É un libro minuzioso questo di Déborah Lévy-Bertherat, pieno di dettagli e angoli di vie, seminato di indizi e di ritagli di fotografie, frammenti di viaggio che parlano di avventura e sogno che la protagonista, Hélène, si trova ad inseguire pagina dopo pagina alla ricerca del prozio Daniel, noto scrittore sotto pseudonimo di romanzi per ragazzi, che ha fatto perdere le tracce di sé.
Hélène, promettente studiosa di archeologia, dovrà quindi scavare a piene mani dentro di sé e tra le vestigia dei quartieri storici della capitale francese per riportare alla luce reperti importanti che interessano la vera identità dello zio e che ridefiniranno, capovolgendola dolcemente, anche la sua vita.

La Lévy-Bertherat conduce, commuovendo e svelando lentamente la storia, per le vie di una Parigi presente e passata, fondendo memorie, ricordi ammantati di mistero, amore e sofferenza, e aneddoti avventurosi usciti dai libri scritti da zio Daniel, pezzi dai bordi irregolari di una storia che si mescola ai sogni di Hélène e che costruiscono una strada sospesa tra realtà e fantasia, un percorso dorato, fatto apposta per sostenere il peso di una verità sempre più estesa che emerge, espandendosi con dolore, dalle nebbie del tempo.
L'invito che porge questo romanzo, e che si accoglie volentieri, è quello di perdersi tra le righe, fini e aggraziate dell'autrice che, dosando sentimento e invenzione, tratta il tema straziante e mai rimarginato dei rastrellamenti degli ebrei e racconta una storia di sopravvivenza e rifugio, una storia in cui riconoscersi tutti.

La brevità del testo è inversamente proporzionale alla dimensione dell'avventura che ne scaturisce e fa riflettere sulla relatività del tempo quando si legge o quando si sogna. In poche righe o pochi minuti ci si cala dentro a innumerevoli vite, si può essere infiniti e viaggiare intorno al mondo percependo anche la più piccola goccia di pioggia ad una velocità che fa concorrenza a quella dei personaggi di Jules Verne.
Questo contrasto stimola enormemente la fantasia del lettore e lo abitua ad un viaggio immaginario sempre più intenso, in continua accelerazione, che lascia la soddisfazione particolare che si prova solo davanti ad un bel libro: la gratitudine di aver visto e sentito così tante cose da restarne stupefatti e la consapevolezza che sia i sogni che i libri sono dei posti sicuri dove andare, a cui tornare e da cui partire senza paura e che aiutano di certo ad affrontare con uno sguardo più coraggioso la vita, qualsiasi cosa la vita sia.


"Alla fine si è addormentata. Nel sogno il terreno del cimitero di Tolosa era ricoperto di ceneri indurite e lei portava alla luce, con una cazzuola e un pennello, una piccola testa"

     


   

mercoledì 14 giugno 2017

Voi due senza di me - Emiliano Gucci

Con Voi due senza di me Emiliano Gucci scrive una storia d'amore che va oltre le parole, che le parole le tira e le piega a suo piacimento, usandole per raccontare un sentimento estremo, incontrollabile ed elevatissimo.

"Non eravamo invidiati, eravamo temuti: rovesciavamo l'idea di felicità, rimettevamo in discussione il canone, esaltavamo il verbo. Non superavamo i problemi, li anticipavamo: erano linfa per noi, benzina sul fuoco dell'amore"

Michele e Marta si sono lasciati da tanto tempo, perché dieci anni lo sono, tanto tempo - anche se a volte occupano lo spazio di un sogno -, ma quella mattina, quando uno dei due prende la decisone di rivedere l'altra, è come risvegliarsi da un lungo torpore che migliora ed enfatizza il sapore delle cose e le fa nuove, strane, desiderabili, addirittura dolorose.
Allora, dentro ad una Firenze scossa da una palpabile forza elettrica, il nitore del cielo diventa insopportabile e Michele e Marta si attraggono e si respingono in un tango sofferto e appassionato, fatto di gesti e dialoghi nervosi, scalpitanti, incontenibili, frementi.

"Camminava nella città straniera, irriconoscibile e magnifica, non tanto per il cielo quanto per ciò che di intimo sembrava svelare ogni suo passo, svoltando un qualsiasi cantone. I turisti continuavano a fotografare bellezze che non esistono, sfibrate dall'incedere del tempo e dagli inquinamenti, mentre l'azzurro di oggi le stravolgeva definitivamente" 

I due si separano sui binari di una stazione, dopo aver battuto tutti i possibili sentieri del cuore umano e tutte le vie più buie della città nello spazio di poche ore, per ritrovarsi ancora, dopo altri dieci anni - il tempo dell'ennesimo lungo sogno - in una nuova mattina, bianca, algida, paralizzata, fatta apposta per loro.
Stavolta è lei a cercare lui, per dare una risposta - o per avere la sua risposta - ad una domanda che aspetta da troppo tempo e ancora, come due poli che si attraggono, Michele e Marta non possono evitare di gravitare l'una attorno all'altro.

In questo perfetto ritratto dell'amore, così profondo ed accurato, così intricato e stritolante, i due, denudandosi, espongono soprattutto il loro dolore e, chiamandolo finalmente per nome, ne rivelano la stretta corrispondenza con la parte più sconvolgente e drammatica della loro vita.

È la voce fuori campo di quel loro amore a raccontarne le storie sapendoli necessari l'uno per l'altra, così unici e definitivi, così folli e sicuri, intenti a barcollare sotto azzurre o pallide cupole fatte di cielo in un mondo che sembra quasi irreale, quasi in procinto di sciogliersi dentro ad un altro sogno perché poi si risveglino e si cerchino ancora, non importa quanto lontani, loro due - senza di lui - così irrimediabilmente legati.






mercoledì 7 giugno 2017

Nudi come siamo stati - Ivano Porpora

Nudi come siamo stati è tre romanzi in uno. Le vicende che si intrecciano e danno vita ad un'unica, corposa, storia sono quelle di Severo, Arsène e Ivano. Il primo e l'ultimo tengono memoria degli eventi che si sono succeduti mentre in mezzo, come per essere definito ma indefinibile, imprendibile nella sua essenza, quasi come una delle sue opere d'arte, è Arsène che dipinge con la mente e con il corpo, dotato di una sensibilità eccessiva drammaticamente esplosa in un'estate francese di molti anni prima. Il riflesso del dolore è il pigmento indelebile che gli tinge i capelli di bianco e lo fa assurgere a maestro di vita - oltre che di pittura - di Severo che sta morendo e ancora non sa chi essere o verso cosa puntare.
Tra i due, modellata nell'argilla come una Venere primigenia, c'è Anita, sensuale e sessuale, unica figura femminile che spicca nel romanzo, sola possibile compagna di vita, colei che comprende, risana e genera, ogni suo gesto è imperativo e corrisponde ad una pennellata di colore puro sulla tela.

Il romanzo racconta le loro storie e lo fa seguendo una prospettiva artistica, originale ed eccezionale che entusiasma per schiettezza e solidità, ogni frase è un gesto, un'occhiata, un pensiero, un istinto, un'intuizione, una macchia che resta, indelebile, a segnare un percorso, a definire uno stato.

«Mettici più buio» mi disse «Sporca più l'intorno, lì» «Perché?» «Perché hai dentro il buio. Mettine un po'»

Le figure dei due pittori, opposte sia fisicamente che caratterialmente, ad un certo punto si sovrappongono, speculari, trasognando il lettore, meravigliandolo, trascinando l'arte fuori dalla bidimensionalità della pagina per diventare realtà che si denuda davanti agli occhi del mondo

"Nasciamo nudi e moriamo nudi, mon ami. E allora è bello ogni volta denudarsi. È bello, ogni volta, tornare nudi"

Come Porpora riesca a far rivivere così bene l'ambiente di un atelier di pittura, nebulizzando il tormento appassionato dei due artisti per renderlo respirabile e contemporaneamente si sposti nelle campagne francesi per raccontare l'infanzia lontana di Arsène e dell'incidente che gli cambiò per sempre la vita, resta un mistero, giusto appannaggio del mestiere di scrittore.
Fatto sta che ci riesce benissimo e la sua prosa è perfetta anche quando si mischia allo stile epistolare - il padre di Severo scrive al figlio alcune lettere che spezzano e insieme completano il ritmo narrativo.

Nudi come siamo stati è una lettura originale, forte, dal cromatismo emozionale spesso, una storia che si tocca e si respira e che come tempera entra tra le pieghe della pelle e le segue per disegnarci qualcosa di suo.








giovedì 1 giugno 2017

Nel dolore - Alessandro Zannoni

Nel dolore è un noir che brucia dentro come una sorsata di tequila pura nel deserto arroventato del Texas: spietato, lucidissimo ed immediato, non fa prigionieri e non ha mai promesso di farli.

Alessandro Zannoni ha creato il personaggio supremo di Nick Corey, prendendo spunto da altri sceriffi "aldilà di ogni regola" e l'ha portato ad un livello di realismo incredibile arrivando a fargli vestire alla perfezione i panni diabolici e oscuri del braccio violento della legge.
Sceriffo di una cittadina del Texas dove ne capitano d'ogni, Corey proietta il suo inferno personale sulla terra, resuscitando i fantasmi di una vita che prendono le sembianze del padre, del migliore amico morto massacrato e perfino dell'amore, un amore ancora vivo che lo divora da dentro e in nome del quale - Stella, "Stella è come me. È capace di cose da mettere paura"  - tenta di sedare il tormento con un'improbabile idea di felicità.

Personificazione della furia, psicotica e micidiale, già presa in considerazione da scrittori come Jim Thompson (Nick Corey, Colpo di Spugna) muovendosi in ambientazioni da vero Far West che ricordano Joe Lansdale, con dialoghi che omaggiano Charles Bukowski, lo sceriffo italo-messicano Corey è sulle tracce degli assassini di Rudy, il braccio destro che gli hanno trucidato a colpi di batticarne e per trovarli è deciso ad abbattere qualsiasi cosa si trovi in mezzo.

Il viaggio attraverso il deserto americano, tra tempeste di sabbia, trattori volanti, invasioni di formiche, casi di violenza domestica e sparatorie - ogni capitolo è una piccola storia autoconclusiva che ritrae un'umanità strampalata, traballante, deforme, grottesca, violenta a livelli spiazzanti, ingiustificabile nella sua stupidità, ma Zannoni, che ci sa fare, la condisce con un'ironia così tagliente da renderla irresistibile - è dentro e fuori Corey. Ad accompagnarlo il cane Abramo, sottratto all'ennesimo caso di violenza domestica, ineffabile socio che regala al lettore momenti di autentico spasso.
Di empatia qui ce n'è poca, i personaggi, tutti, a cominciare da Corey che però brilla per eccellenza, genio e follia, come un Lucifero ammiccante con gli speroni e la stella d'argento, sembrano essere stati sputati dalle viscere ribollenti della terra, agiscono soprattutto in funzione delle loro pulsioni.
E le pulsioni, che sono la parte più tangibile dell'essere umano, accendono le pagine di questo romanzo con colpi di scena realizzati ad arte in una salita vertiginosa verso un finale raggelante, da shock termico.

Texas, sabbia, notti stellate, alcool, amore, rabbia, polvere da sparo, morte.
Questi gli ingredienti, a deciderli e dosarli Zannoni che ha immaginato e scritto un noir coi controfiocchi, un noir da cui non si esce indenni che è esattamente quello che un vero noir deve saper fare.






giovedì 25 maggio 2017

Albero di carne - Stephen Graham Jones


L'orrore può manifestarsi in molti modi, toccando diversi aspetti della mente e della sensibilità di un lettore, Albero di carne di Stephen Graham Jones li tocca tutti.
I racconti che compongono la raccolta vanno alla ricerca delle paure più profonde dell'essere umano: la paura che il male si annidi dentro di noi o dentro le persone che amiamo, la paura che il male animi i nostri incubi, che cadaveri di persone scomparse si nascondano tra la gente e poi vengano a cercarci, lupi mannari totalmente in balia dei propri istinti su un'isola deserta, amori che combattono invincibili forze sovrannaturali, oscurità che schiacciano il cuore e si nutrono di carcasse sanguinanti appese ai rami di un albero, terrori che si insinuano sotto la pelle e prendono la forma di false amicizie o di tranelli tesi da ragazzine apparentemente innocue.
Stephen Graham Jones sa quello che scrive e sa come scriverlo perché è accattivante e spiazzante, prende per mano seducente e nel momento in cui ha portato il lettore dove voleva, lo abbandona per poi raggiungerlo con un finale imprevedibile, che gli mozza il fiato.

La prosa, asciutta ed essenziale, è perfetta per guidare in un modo fatto di allucinazioni e dimensioni parallele che si intersecano col mondo reale, lasciando un senso di indefinitezza, di assenza che rimane nella mente dei personaggi e si riflette in quella del lettore: sarò davvero stato dove sono stato? E quello che mi è accaduto mi è accaduto davvero? A riprova della sua veridicità, l'incubo lascia sempre segni permanenti nel mondo reale, basta guardare con attenzione...

Tra ragazzine scomparse, echi di voci dal passato, fratelli da ritrovare, intenzioni sinistre, segreti inconfessabili, tradimenti spietati, omicidi raccapriccianti e lunghi addii, ecco l'orrore che si insinua nella mente, immediato ed efficace, come dovrebbe essere, un'iniezione di adrenalina alla base del collo, lo stupore che congela i pensieri e fa dare un'occhiata rapida alla stanza e poi, ancora, una piccola pausa prima di continuare nella lettura.

Impossibile non pensare ai grandi maestri del genere come Stephen King - svariati i riferimenti a personaggi e situazioni dei suoi racconti, molto spesso i protagonisti dei racconti di Graham Jones sono ragazzini alla Stand by me o alla Cuori in Atlantide - o McCarthy: un padre che garantisce al figlio la sopravvivenza nel solo modo che ritiene possibile. Sullo sfondo l'America dei grandi spazi desolati, dei boschi, o della provincia, quella delle cittadine di periferia, le stesse dove sembra che non succeda mai niente, dove sembra che non capiti mai niente.

Con una prosa essenziale e originalissima, spietata e macabra, Stephen Graham Jones fa allungare i rami del suo Albero di Carne sull'immaginario del lettore e vi proietta volti sconosciuti e tetri, ogni volta impossibili da prevedere, e proprio l'imprevedibilità e la capacità di evocare il terrore più arcano fanno di questo libro un vero gioiello del genere, imperdibile.